L’unità del mediterraneo non deve essere un progetto politico portato avanti da politici ed istituzioni governative, l’unità dei popoli e la protezione delle loro culture e delle loro ricchezze deve provenire dalla volontà dei cittadini che bordeggiano le acque. Solo la volontà di salvaguardare “emozionalmente” il carattere unico di queste popolazioni potrà dare risultati che non abbiano deviazioni colonialistiche o di subordinazione. Le culture ed il vivere mediterraneo sono sempre più presi di mira dalle grandi società internazionali e dalla corporazione capitalistica proprio perché rappresenta tutto quello che potrebbe indebolire la visione egoistica ed egocentrica del progetto “consumo”.
Tutto il mediterrano raggruppa alcune civiltà tra le più antiche, tutte estremamente basate sul patrimonio umanistico, e ne risulta una cultura del vivere insieme. Il vivere insieme permette di accettare le emozioni viscerali ed i comportamenti vivaci. Questi comportamenti sono la base stessa per resistere ad una miriade di catene comportamentali favorevoli al pensiero capitalistico.
In poco più di un secolo, si è riuscito ad allontanare qualsiasi possibilità di fusione culturale e civile tra i popoli del sud e quelli del nord del mediterraneo. Una miriade di programmi di comunicazione di massa hanno ottenuto un continuo allontanamento sensoriale tra le varie realtà dell’universo magrebino e paesi come la Spagna, l’Italia e la Grecia. Come un’ossessione, i grandi sistemi finanziari con i loro strumenti di massa, hanno, insieme alla destra e all’estrema destra, praticato una vera e propria guerra fredda per assicurarsi l’impossibilità di unità di questi popoli. In effetti, questa ossessione è strettamente legata alla paura di perdere un bacino di consumatori che potrebbe ritrovare la gioia del vivere insieme senza il consumismo occidentale.
Come per caso le culle di queste culture sono state le prime ad essere martoriate da attacchi, bombardamenti e guerre varie in nome della democrazia. Dimenticando spesso, che la democrazia, è nata proprio nel mediterraneo e che, chi oggi dice di proporla a quei popoli, sono popoli di cui il solo patrimonio culturale è quello della forza e della violenza.
C’è anche da sottolineare l’importanza dell’economia legata al turismo.
Dagli anni settanta in poi, si è, con una sistematica “gouvernance” trasferito il senso di benessere sociale, cioè di tutti insieme, alla salute mentale, quindi individuale. Mai come oggi, anche con l’avvento dei social in tutto il mondo, si moltiplicano gli stage o l’accompagnamento del singolo o della singola a trovare un benessere mentale ed un equilibrio corporale, dimenticando che la gran parte dei problemi di isolamento sociale, depressione mentale, stress e burn out, non sono che il frutto di un malessere collettivo che mette da parte le problematiche legate alla società nel suo insieme, del vivere con (e per) gli altri. Se si prende, per esempio, il numero di suicidi annuali in paesi come la Francia o la Germania, considerati dal sistema economico come grandi potenze europee, ci si rende conto subito che questo aumento riflette esattamente l’assenza totale del prendere in conto il benessere sociale delle sue popolazioni.
Come in una campagna di pubblicità ricca di comunicazione subliminale, sono più di sessant’anni che i poteri economici e politici, sopratutto quelli di destra e di estrema destra, fanno una “guerra fredda” onde evitare che le popolazioni mediterranee si possino agregare intorno ad una volontà di pensiero filosofico e umanistico.
Oggi l’attacco è ancora più forte e diretto, gli equilibri mondiali capitalistici continuano, specialmente tramite i medias, a denigrare tutti quei atteggiamenti che possano rispecchiare emozione forte, empatia, umanesimo. Persino nel modo di parlare e di esprimersi, la destra internazionale lavora sullo screditare personaggi pubblici dal momento in cui non siano pacati e freddi nel presentare i loro argomenti ed i loro pensieri. La sinistra internazionale, come per esempio in Francia, è vittima continua di burla da parte della destra solo perché i loro esponenti agiscono ancora con quell’emozione, (pathos), che per secoli è stata caratteristica dell’animo di lotta politica. La freddezza emozionale è una delle più forti eredità che, con un lavoro degno di un film di fantascienza, la destra e l’estrema destra, è riuscita ad imprimere nelle menti dello “spettatore” politico in questi sessanta anni di lavoro continuo.
Sembra assurdo riportare tutto alla comunicazione, eppure nel mondo in cui viviamo non esiste miglior arma per indottrinare la popolazione tutta. Basta soffermarsi sugli anni settanta e ottanta, durante questo periodo, come per caso giusto dopo i movimenti internazionali del “68”, un immenso lavoro semantico è stato messo in atto per isolare i lavoratori da qualsiasi “classe” professionale, il semplice operaio sino ai “direttori di progetti” si sono visti travolti da sinonimi emotivi e di classe. Un lavoro ben temperato per distanziare i corpi lavorativi ed evitare la loro unità di lotta. Tra l’altro persino l’aggettivo “proletario” sarà bandito da qualsiasi documento politico, è questo è forse uno degli errori più grandi della sinistra. Quello di non aver immaginato nessuna reazione a questo lavoro immenso di cambiamento delle varie fasce lavorative, della loro importanza nella coscienza civile e popolare, riporta che la sinistra non ha saputo contrastare il lavoro mediatico della destra durante più di quarant’anni.
Del resto, quando parliamo di comunicazione, è importante non sottovalutare questa “arma”. Ancora oggi ci sono tantissime traccie, che aumentano ogni anno, di termini utilizzati nel periodo nazista e fascista. Questi termini si ritrovano nei manuali di management come se fossero innocui, ma sono la base per una sostituzione sistematica del pensiero sociale.
